Sulla strada giusta?

Un amico mi ha segnalato questo interessantissimo articolo, apparso su Science un po' più di un anno fa, che consiglio di leggere a tutti quelli interessati a questo blog.

Commenti

  1. sì, ormai è consolidata la ricerca didattica in quel senso. E allora che problemi ci sono? C'è il problema che per fare in questo modo occorre sicurezza, conoscenza della materia, studio costante. Gli studenti, vedrai, una volta liberati (sic!) incominciano a fare domande, a porre questioni, a fare ricerche per conto loro. E a una parte dei problemi sollevati, in genere, NON si è in grado di rispondere. Questo sarebbe normale nella ricerca scientifica. Non so capire perché avviene un fenomeno? Bene, allora faccio una serie di esperimenti, magari controllando bene le variabili in gioco, limitandole o eliminandone alcune, invento apparati sperimentali ad hoc. Invece nel campo didattico c'è questa palla, (diffusa solo e esclusivamente tra gli insegnanti) che l'insegnante deve saper sempre rispondere. Ma è pura follia. Gli studenti quando vedono che il docente si mette con loro per capire perché succede una certa cosa si entusiasmano, sempre. Il problema per applicare questo metodo non sta negli esiti. Se si fa così il successo c'è sempre. Il problema siamo noi

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  2. Grande Beppe!!!
    un vero creatore di curiosita' :-)
    io no, son palloso, sono all'antica...gli direi che ''dato Galileo'' e lo spazio isotropo la Lagrangiana (classica) deve per forza essere proporzionale a v^2 ;-)
    Scherzi a parte, la cosa importante e' che ''si sporchino le mani''...che sia in classe o a casa con montagne di problemi da fare poco importa...la conoscenza viene solo dalla pratica.
    Forse il primo metodo rischia di lasciare meno nel lungo termine...tante congetture, intuizione, grandi concetti...ma poi alla fine la fisica gli rimane? poco male...di sicuro imparano a ragionare con la loro testa...e al liceo mi sembra l'obbiettivo principale...chi vorra' la fisica la studiera' poi.

    Ciao,
    Matte.

    p.s.
    si potrebba fare un paragone con l'impossibilita' di insegnare l'alpinismo...per quanto possa essere bravo il maestro l'unico metodo per apprendere rimane il vecchio ''demmerde-toi'' :D

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    1. Ciao Matte, sono assolutamente d'accordo con l'indispensabilità dello sporcarsi le mani, in senso pratico (tagliare, incollare, costruire, imbrattarsi) e in senso figurato (esercizi, esercizi, esercizi).
      Learning by doing, non c'è (quasi) altro modo.
      Quanta fisica gli rimane? Non lo so, secondo me con un giusto bilanciamento di questo approccio, di qualche lezione chiarificatrice più lineare e di tanto esercizio può rimanere anche molto. E soprattutto, come dici tu, è importante soprattutto che imparino e ragionare con la loro testa.

      Il paragone con l'alpinismo... ci sta!

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  3. Caro Beppe,

    Plaudo l' idea del blog e di mettere in costante discussione sui metodi di insegnamento.
    Io ho ricordi orribili di lezioni partecipate e dibattiti in classe su idee e problemi di fisica su cui in realta' non c'era niente da discutere. Vedevo quelle lezioni come una perdita di tempo mostruosa in cui l' insegnante dava la falsa illusione che la scienza fosse un processo democratico e partecipativo.
    Ammetto pero' che possa essere stimolante tentare per esempio di disegnare insieme un esperimento per testare un modello o cercare di trovare in aspetti noti della quotidianita' verifiche a leggi fisiche. Credo che si possa trovare un equilibrio tra la lezione frontale asettica e una lezione partecipativa, che spesso non e' molto efficiente in termini di tempo.
    Ci sono delle nozioni che bisogna sapere e basta senza troppe discussioni (alcuni concetti di geometria, il calcolo vettoriale, alcuni aspetti della termodinamica), altre che vale la pena dimenticare subito (tipo le formule di prostaferesi), altre che si possono ricavare dai libri o dal ragionamento al volo... sta a te scegliere. E sta li la bravura dell' insegnante...

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    1. Oooooh! finalmente, dopo tanti anni, una cosa si cui dissentiamo.

      1) non dovremmo considerare certe categorie di persone, chi ad esempio poi sceglie di fare fisica e la affronta con grande successo, come un campione significativo. Si tratta di studenti speciali che andrebbero capiti nella loro peculiarità e stimolati a dovere.
      In questa settimana ho cercato di identificarli nelle mie classi e a loro riservo un trattamento speciale: faccio le domande più difficili, li metto un po' in difficoltà. Giusto per evitare il senso di "perdita di tempo".
      A tale proposito oggi mi è capitato un caso interessante che cercherò di descrivere in un prossimo post. Follow me.

      2) "Problemi di fisica su cui in realta' non c'era niente da discutere". Qui ci possono essere due osservazioni. Intanto non c'era magari non c'era niente da discutere per te che, in quanto studente molto dotato, avevi una visione più e una comprensione molto più rapida del problema rispetto a tutti gli altri. E su questo mi riconduco al primo punto. Oppure l'insegnante faceva semplicemente una brutta scelta degli argomenti da affrontare...

      3) "la falsa illusione che la scienza fosse un processo democratico e partecipativo". Beh, la costruzione della conoscenza lo è! Forse non democratico, cosa non deve per altro essere, ma certamente partecipativo! Non è che tu ti chiudi nella tua stanzetta isolato dal mondo e fai le più grosse scoperte. Io le migliori idee di ricerca le ho avute proprio dal confronto, dal dialogo, dal dover spiegare magari ad altri colleghi quello che stavo facendo. Non so se per te è lo stesso.

      4) è ovvio che ci sono certe nozioni che vanno sapute e basta, senza tante storie. Non c'è dubbio. Di conseguenza un certo equilibrio va trovato, sono d'accordo. Però non sono d'accordo con la questione dell'efficienza in termini di tempo. Questo è un secondo un mito diffuso che andrebbe sfatato. Se leggi il racconto di quello che mi è successo nella classe DIS 3, vedrai che in un 1h20 abbiamo annunciato il primo principio della dinamica e derivato cosa significa fare un grafico spazio-tempo. Se li avessi dovuti spiegare, quanto ci avrei messo? Spiegare e non raccontare. La differenza nell'avere un minimo di conferma del fatto che l'informazione sia passata, e sia passata correttamente. Sono abbastanza sicuro che i miei studenti non dimenticheranno tanto presto cosa significa il primo principio della dinamica né come si fa un grafico spazio-tempo. Con un metodo tradizionale avrei perso meno tempo a raccontarlo e più tempo poi a riraccontarlo perché il 95% non avevano capito un tubo. Comunque farò la settimana prossima già un test per avere qualche conferma tangibile.

      5) sempre con la classe DIS 3 infine, ho notato con gli altri insegnanti come quei due studenti un po' più... vivaci mi siano stati invece di grandissimo aiuto durante la lezione, e li ho visti uscire contenti e soddisfatti. Proprio oggi un'altra insegnante mi ha detto: "io quei due proprio non li sopporto, non riesco a fare lezione con loro!". Quanto vale questa differenza di atteggiamento anche fosse di soli due studenti?

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    2. Per la verità, diverse cose su cui dissentiamo... :)

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    3. La scienza cui si dovrebbe aspirare e' una scienza democratica. Di sicuro quando i fondi sono pubblici, e auspicabilmente anche negli altri casi. Se non accade e' perche' c'e' un problema, come c'e' nelle stesse democrazie. Pero' questo merita una discussione a parte, e forse un blog a parte, magari con i nostri amici qui http://www.sissa.it/research/lisnu

      Per tornare alla didattica e a quello che dice l'articolo, al contrario di Leo non mi sorprende affatto che una lezione piu' partecipata abbia risultati migliori: personalmente la cosa che mi pesa di piu' da quando ho finito l'universita' e' proprio il dover lavorare di piu' da solo. Quello che spero di capire meglio leggendo l'articolo, e non solo il commento linkato, e' quali sono gli ingredienti di una buona lezione partecipata.

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    4. Sul concetto di democrazia nella scienza forse ci siamo fraintesi.

      La scienza è, in principio, democratica in quanto l'opinione di chiunque, a priori, vale quanto quella di chiunque altro. Prima dell'esperimento naturalmente. Dopo l'esperimento non è così: qualcuno aveva ragione e qualcun altro no. Infatti è democratica e non anarchica.

      Che poi il processo di costruzione della conoscenza scientifica, oggi, preveda diverse fasi intermedie, non prescinde dal fatto che la struttura sia questa, per quanto possa venire appesantita.
      La scienza non si fa "ex cathedra", e anche se ci si riesce per autorevolezza, stima, autorità guadagnate in passato, non dura molto.
      Anche la ricerca scientifica è però un'impresa umana e la natura dell'uomo si riflette anche su di essa, come su tutte le altre attività, per questo il suo sviluppo diviene complesso e sfaccettato. Ma su questo mi sembra di intuire che siamo d'accordo.

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    5. OK, ho detto una fesseria. La scienza e' un processo partecipativo, nel senso che la scoperta e' frutto di uno sforzo comune. Ma non e' democratica, nel senso che non c'e' spazio per il rispetto delle opinioni che non sono corrette.

      I miei insegnanti erano in effetti pessimi e a posteriori capisco che il loro tentativo partecipativo era un modo di coprire loro lacune o la mancanza di un piano chiaro per la lezione.

      Ora che mi avete fatto riflettere, quello che piu' odiavo era la mancanzza di una guida durante i tentativi di lezione partecipata. Passi pure l' idea che ognuno possa dire la sua, ma ci vuole un filo, qualcuno che indirizzi gli sforzi in una direzione. Credo che Beppe sia appunto facendo questo....



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  4. Ciao Beppe, complimenti per la passione che trasmetti. Vorrei da te un consiglio: io insegno a ragazzi dai 16 ai 18 anni cultura medico-sanitaria, un insieme di nozioni mediche riguardo a svariate malattie. Come potrei rendere le lezioni meno frontali e più costruite da loro? Hai qualche suggerimento in rete? Grazie. Laura

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  5. Ciao Laura,
    grazie di essere capitata qua e di aver commentato.
    Quasi m imbarazza dare consigli visto che sono proprio all'inizio... Comunque io comincerei a chiedere loro se hanno mai fatto degli esami medici, che tipo di esami, cosa pensano che abbiano fatto in laboratorio con i campioni prelevati e cosa pensano che succedesse mentre facevano degli esami e perché veniva fatto quell'esame e non un altro... evidentemente perché si sapeva cosa cercare e cosa no e quindi magari come si è arrivati a capire che una e non un'altra era la causa di una malattia o di un'altra.

    Oppure provare a chiedere che cosa secondo loro non funziona in una persona che ha un certa malattia, da dove possono arrivare i sintomi magari agganciandosi a qualche nozione di biologia o fisiologia che potrebbero avere. Provare a chiedere di esempi reali di certe malattie di cui sono stati testimoni diretti o magari in TV o leggendo un libro (e qui si potrebbe fare un paragone fra realtà e fiction ad esempio...).

    Ecco, sono giusto un paio di spunti buttati giù di getto, non so quanto senso abbiano...

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  6. Bene Leo, sul primo punto mi sembra che ora ci intendiamo; a parte le diverse possibili interpretazioni del termine "democrazia" applicato alla ricerca scientifica, sul concetto mi sembra che siamo d'accordo.

    E sul secondo punto, si', e' molto piu' difficile fare lezione in questo modo e richiede una conoscenza piu' ampia dell'argomento, per tanti motivi, oltre che una certa personalita' per riuscire a guidare la discussione. Io sto provando a farlo. Ho la sensazione che piu' o meno funzioni, ma ovviamente ci sono ancora tante cose da aggiustare.
    La cosa piu' bella e' che gli studenti a volte te ne escono fuori con delle osservazioni completamente inattese. Ma e' anche una delle cose piu' difficili, perche' devi riuscire a seguire il salto logico che hanno affrontato, magari corretto, e risettarti un attimo sulla loro lunghezza d'onda. Comunque e' davvero divertente.

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